martedì , 28 Settembre 2021

Quel cognome nei secoli rimarrà il cognome di un boss, che il figlio non ha mai rifiutato

Meno di un anno fa la sentenza di primo grado sulla trattativa stato-mafia ha iniziato ad illuminare zone grigie della storia repubblicana italiana e delle connessioni criminali che hanno guidato uno dei periodi più sanguinari e drammatici della sua storia. La strategia stragista di inizi Anni Novanta ha, come accertato dalla sentenza, diversi mandati e pupari. Ma, per quanto riguarda Cosa Nostra, sicuramente rimarrà legata sempre al cognome di uno dei boss più spietati: Totò Riina. Sono passati ormai 27 anni, altre mafie si sono affermate (e questo territorio lo dimostra, con la presenza documentata di camorra, ‘ndrangheta, mafia foggiana e considerando che il principale clan di Roma – i “Casamonica” – da qui è partito e continua ad avere forti legami di clan con parenti e sodali attivi nel narcotraffico e non solo).

Il processo sulla trattiva Stato mafia è nato grazie all’impegno, al coraggio e alle indagini dell’ex Pubblico Ministero dott. Ingroia, fondatore nel 2013 di Azione Civile, la cui attività è iniziata proprio accanto a Falcone e Borsellino. Di fronte alla “nuova vita” di uno dei figli di Riina, a chi a quanto pare ha dimenticato la sua biografia e quella del padre, da lui definito addirittura “god father” sui social, non possiamo non far sentire la nostra voce. E ricordare che parliamo di un personaggio che qualche anno fa andava in tv a celebrare quello che è stato considerato il “capo dei capi”, e che (secondo alcune intercettazioni riportate dalla stampa) anni fa passando in autostrada all’altezza di Capaci disse “Ci appizzano (appendono, ndr) ancora le corone di fiori a ‘stu cosu (a questa cosa, ndr)…”.

Questo, e tanto altro, il figlio del mandante della strategia stragista di Cosa Nostra che assassinò Falcone e la moglie, Borsellino e agenti delle loro scorte, non lo hai mai abbandonato e ripudiato. Esprimendo massimo rispetto, stima e sostegno per  magistrati, carabinieri e poliziotti che – anche in questo territorio di frontiera che è ormai il vastese – egregiamente svolgono il loro lavoro, non possiamo tacere e accettare che tutto questo venga dimenticato. In un Paese normale non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo e chi ripudia il cognome di uno dei più feroci boss mafiosi, chi la mafia la rifiuta, condanna e combatte sarebbe sostenuto dal pubblico consenso. Così come non sarebbe criticata o attaccata la stampa, lì dove  svolge il suo ruolo. Anche accendendo i riflettori sulla “nuova vita” del figlio di quel boss, che ci rende a dir poco perplessi e ci sconcerta venga accettata senza l’ombra di ragionevoli dubbi dati i suoi pluriennali comportamenti. Un soggetto che non ha mai scelto di collaborare con la giustizia, non ha mai scelto la strada coraggiosa e di ripudio delle mafie di persone come Rita Atria e Peppino Impastato. Ma, anzi continua pubblicamente a raccontare quello che continua a definire un “buon padre”.

 

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