mercoledì , 3 Marzo 2021

Allo Studio Polyhedra la mostra dell’artista abruzzese Matteo Bultrini

Le molteplici ricerche sul colore del XX secolo trovano nella sua opera il loro punto di confluenza estrema. Anche se il suo tragitto è autonomo, il suo lavoro oscilla tra le grandi polle cromatiche di Serge Poliakoff e le raffinate e aristocratiche trame di luce di Victor Pasmore: una ricerca che racconta, come in un poema, l’alfabeto del colore, una lettera di luce.

A cura del Prof. Carmine Benincasa, “Nello Specchio del Colore” (23 – 31 maggio) raccoglie 30 opere rappresentative della ricerca dell’artista in quest’ultimo triennio.

La mostra inaugura la prima stagione artistica di Studio Polyhedra – il nuovo spazio espositivo di Polyhedra, organizzazione impegnata nella sinossi comparata tra arte e scienza e finalizzata alla ricerca artistica e contemporanea.

Così Matteo Bultrini: “Se per molti artisti è difficile parlare della propria pittura lo è ancora più difficile per me. Il mio modo di dipingere è stato definito originale, inusuale, emozionalmente forte ecc. ecc. personalmente credo che la migliore definizione per la mia pittura sia SENTITAMENTE INTIMA.

Utilizzo solo ed esclusivamente la combustione, il fuoco libero (ma non il cannello), per creare qualcosa che nella realtà potrebbe non esistere.

Sento forte il senso della materia e in ogni mia opera devo assolutamente far sembrare ciò che altrimenti non sembrerà mai. Infatti riflettendo spesso l’inutile, o per meglio dire, quello che potrebbe sembrarlo, mi accorgo di ritrovarmi coinvolto in nuove ed intense emozioni. È un distruggere per creare, partire da un qualcosa che è già definito e definibile per arrivare a qualcosa che non è definito né definibile. Ma questo mi accade solo grazie ad un lavoro di introspezione che sono portato a vivere come fosse una forma di autismo cosciente. Ed ecco allora che la pulsione di trovare nuove forme, nuove superfici, nuovi colori per coinvolgermi mi spingono ad utilizzare materiali estranei ai canoni della pittura classica o accademica che dir si voglia. Per il bisogno di provare stupore per raggiungere una nuova forma di conoscenza dell’Io.

In loro c’è tutto il trasporto emozionale della azione arcaica dell’essere umano, dell’istinto. Groddeck diceva che “di fatto tutto l’essenziale dell’uomo si svolge nell’indicibile, nell’irrazionale”. Ogni mia opera viene architettata secondo i dettami della mia memoria che con una serie di flash back mi riporta a situazioni che hanno il bisogno di essere separate, allontanate da me. Situazioni, cose, momenti, persone, nevrosi, episodi, dolori, gioie, voglie, desideri, sogni, dissipatezza. L’ordine “formale” che desidero dare loro devo poi inesorabilmente comprometterlo con qualcosa che non posso altrettanto dominare, il Fuoco. Tutto ciò per allontanarle da me e dare loro una nuova sembianza. Per il bisogno pulsivo di accettarle.

Il percorso che intraprendo ogni volta che inizio un’opera è quello di voler conoscere sempre di più l’essere umano. Vedere quanto più riesco ad avvicinarmi alle leggi che lo controllano. Che mi controllano e mi imprigionano. Al voler comunque cercare. Sempre. Questo per me è La necessità.

I periodi che fino ad ora hanno caratterizzato la mia pittura sono fondamentalmente dipendenti gli uni dagli altri. Ci sono opere prettamente “informali” dove le combustioni deformano le plastiche grazie alla fusione con smalti e processi di deterioramento della materia spesso segnati da frustate di colore anch’esso combusto quasi da poter definire questo processo come una “combustione di azione”.
I Piecès Noires che vogliono essere rappresentazioni astratte della Memoria dell’individuo e dei suoi elementi essenziali. La memoria che ritiene bene i complessi che possiedono una Struttura, dove la materia nera che li sovrasta sta ad indicare la parte della memoria che non riusciamo a controllare o anche l’oblio, mentre la struttura sottostante sta ad indicare l’evocazione stessa dell’affiorare della memoria (ricordo cosciente) astratta e simbolica. Al centro di esse ci sono sempre una o più strutture piramidali che rappresentano il nucleo del ricordo cosciente, come se fosse il soggetto. Al centro di questa struttura molte volte si può trovare un’ulteriore struttura che sta ad indicare la mia vicinanza al senso dell’opera come se fosse un ingresso, un cordone ombelicale tra me ed essa a simboleggiare un distacco da esso non del tutto avvenuto. I Piecès Noires sono spesso accompagnati da lunghi titoli che spiegano la “poetica” che cerco di delineare nella prima parte di questo scritto. A guardare bene queste opere ci si accorge che la materia combusta sulla sua superficie va a delineare una serie di reticoli che riportano al tessuto nervoso di cui è composto l’individuo.
Poi ci sono altre opere che coinvolgono la figura che tendono a marcare il rapporto tra figura umana e gesto e azione e combustione. Prendono spunto da soggetti reali come in alcuni ritratti oppure ricercano la fusione tra linguaggi dei grandi maestri come le opere ispirate dai soggetti di Modigliani e la serialità di Wharol attraverso il linguaggio della combustione tipico dell’informale”.

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