lunedì , 26 Febbraio 2024

“Gaza… per non dimenticare”, a Montesilvano un nuovo interessante incontro dal Laboratorio Informativo

Montesilvano – Il Laboratorio Informativo, nell’organizzazione dei suoi eventi-incontri mensili, sabato 17 dicembre alle ore 18.00 presso la sua consueta sede dell’Hotel Prestige in via Marinelli 102 a Montesilvano, presenterà il viaggio di lavoro unito alla passione che ha portato al progetto del libro Be Filmaker a Gaza. Il Laboratorio Informativo introdurrà al progetto parlandone con Domenico Centrone affiancato da Valerio Nicolosi, fotoreporter romano che nel dicembre scorso è riuscito ad entrare nella Striscia di Gaza e sarà in collegamento via Skype da Bruxelles.

Un’esperienza fatta dalle lezioni teoriche di fotografia e videomaking nella storica università di Al Aqsa, alle lezioni pratiche nei campi profughi della città dove si giocavano partite di calcio tra fotografi e abitanti del campo, passando per il traffico, il porto, i pescatori da sempre vessati dalle politiche di Israele e  le decine di tè  offerti ai pochi stranieri presenti nella Striscia, ma anche il rumore dei caccia che volano a bassa quota durante il giorno o delle cannonate provenienti dal mare la notte.

Durante la serata saranno proiettati foto e video e sarà possibile finanziare il progetto attraverso l’acquisto del
libro Be Filmaker a Gaza.
Be Filmaker a Gaza è il racconto di un viaggio di lavoro e di passione: 22 racconti e 26 fotografie che ci
portano in una Gaza poco conosciuta e dal volto umano. Testo e foto ci accompagnano in una narrazione che
nasce come un diario, ma che a tratti diventa riflessione sul concetto di bellezza, sull’etica del filmaker e del
fotoreporter e sul rapporto tra chi si trova davanti alla camera e chi dietro, perché è soprattutto in questi luoghi
che bisogna domandarsi cosa si sta riprendendo e come lo si sta facendo.
Gaza, striscia di terra simbolo della questione palestinese, è un luogo martoriato dalla violenza, ma è anche il luogo di chi vuole resistere nonostante la guerra, è il luogo dove “restare umani”, come ci ha insegnato Vittorio Arrigoni e Valerio Nicolosi, con il suo diario e le sue foto, intende proprio narrare la vita e l’umanità e raccontare la bellezza perché solo in essa ci può essere il futuro.

Ci sono diversi modi di fare resistenza: uno è quello di reagire e di dimostrare di essere più temibile di chi ti attacca, avendo dalla propria parte un solido progetto di pace, una possibilità però non sempre applicabile; un altro è quello adottato a Gaza di non lasciare che la guerra possa minare il tuo equilibrio quotidiano, anche se ti tolgono l’elettricità, se rendono il tuo lavoro impossibile, se ti impediscono di uscire da un territorio 360 km2 in cui convivi con più di un milione e mezzo di abitanti (per darvi un’idea pratica delle dimensioni dell’area e del suo sovraffollamento: la regione Abruzzo ha una vastità di circa 10.830 km2 e quasi 1,3 milioni di abitanti, il che significa che la densità della Striscia è circa undici volte superiore).

La resistenza gazawa parte proprio da qui: dai pescatori che continuano a lavorare, pur entro un limite di sole sei miglia dalla costa e con la marina israeliana sempre pronta a sparare, da chi continua a coltivare fragole e fiori ormai impossibili da esportare, da chi frequenta ancora l’università.

 

 

“ […] Scopro che Rafah, oltre ad essere la città del valico che ha dato sfogo
alla striscia fino a pochi mesi fa, è la città dei fiori.
Fino al 2006 esportavano circa 80 milioni di fiori ogni anno,
poi con la vittoria di Hamas e la costruzione del muro la loro economia
è crollata fino ad utilizzare i fiori come mangime per gli animali.
La storia ci appassiona e chiediamo a Sami di portarci a vedere i fiori.
Nel nostro immaginario Gaza è un posto disumano,
conosciamo solo la guerra, la resistenza e i morti,
invece mi piacerebbe raccontare la vita e la resistenza dei Gazawi
anche attraverso i fiori e i loro colori. Quindi dopo i saluti di rito
e uno “strappo” in macchina all’Imam della moschea di zona
che è stata completamente distrutta, ci rimettiamo in cammino
alla volta di Rafah, il confine.
Effettivamente le serre sono tantissime e uno dei proprietari ci racconta
proprio la sua storia confermando quello che avevamo sentito in precedenza.
Ormai la produzione si è ridotta ed è per il solo uso interno alla striscia. […] ”

Provate ad avviare una ricerca su Google con le parole “Gaza bambini”: il primo suggerimento dato dal motore di ricerca è “Gaza bambini morti”, seguito da “Gaza bambini uccisi”. Le immagini che ne vengono fuori sono quelle dei pianti, delle ferite, delle mutilazioni, delle urla. Una realtà che non va negata, anzi. Quello che di sordido succede a Gaza deve essere ancor più di quanto non lo sia già al centro dell’attenzione pubblica internazionale, ma ciò che gli abitanti della Striscia mostrano del loro mondo ci fa riflettere sul potere immenso
che hanno i media di mostrarci una parte – importantissima, ma una parte – della realtà e di nasconderci tutto il resto. Non senza ragioni, ovviamente, ma proprio perché conosciamo la condizione gazawa questi scatti semplicissimi e che normalmente ci apparirebbero banali qui diventano una rivoluzione. Perché qui sono la rivoluzione. Almeno ai nostri occhi.

Durante il soggiorno anche Valerio non ha potuto fare a meno di fotografare Gaza: i suoi scatti, pubblicati nel libro Be Filmaker a Gaza, sono il quadro di una città che vive su sfondi post-apocalittici, di persone che resistono con alle spalle cumuli di macerie. È lo stesso mondo filtrato dagli occhi di un forestiero, che vede la normalità e se ne stupisce, ma non riesce a escludere dal campo anche lo scenario inedito della distruzione, il contrasto tra un popolo vivo e un mondo che cade a pezzi a circondarlo, in cui i campi profughi sono diventati popolosi quartieri.

La città svuotata perde il suo fascino, rimangono lo scheletro dell’assedio e gli spari a fare da sveglia, ma a essere sempre piena rimane l’università, fatto che sta un po’ a dimostrare il fatto che in ogni contesto – in quelli decadenti in particolare – ci sia sempre la possibilità di ricostruire partendo dalla cultura, dall’arte, dalla conoscenza.

“Perché se non si ha paura anche a Gaza ci si può sentire a casa“.

 

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