venerdì , 27 Novembre 2020

È il volto di Mons. Giuseppe Acquaviva d’Aragona quello ritratto nel convento di Santa Maria di Propezzano?

da una intuizione di Riccardo d’Eustachio con cenni storici di Sandro Galantini.

Nel refettorio del convento di Santa Maria di Propezzano sono presenti un ciclo di pitture murali con al centro una Crocifissione, datata 1597, come indica la data scritta alla base. Nelle lunette di sinistra sono raffigurate le varie fasi della leggenda del crognale, mentre a destra le scene della vita e della passione di Cristo. Non tutte le pitture delle lunette si possono collocare entro questo spazio temporale, ma sono da spostate leggermente indietro nel tempo. Particolare interesse riveste l’ultima cena, con spunti interessanti che ne collocano lo stile al pittore fiammingo Gaspar Hovic, trasferitosi a Bari alla fine del 500 . Lo stesso artista realizzò nel 1608 una tela raffigurante l’Immacolata concezione per il Duca di Atri, Giosia Acquaviva, fratello di Monsignor Giuseppe, da destinarsi ad una chiesa di Acquaviva delle Fonti in Puglia. Ma torniamo alla crocifissione che ha attirato la mia attenzione perché tra i personaggi si potrebbe celare l’identità di Monsignor Giuseppe Acquaviva D’Aragona. Innanzitutto cerchiamo di leggere l’iconografia presente ai piedi della croce che è in posizione centrale nel dipinto e alle cui estremità superiori sono impressi il sole e la luna, elementi pagani censurati all’epoca, ma che sopravvissero nella iconografia dei dipinti. Inginocchiata alla base troviamo la Maddalena quasi a disperarsi di fronte al corpo esamine del Cristo. Sul lato sinistro in primo piano c’è la Madonna Addolorata con le mani in segno di preghiera che viene sorretta da Giovanni, discepolo prediletto di Gesù, che con lo sguardo rivolto a sinistra sembra osservare i due personaggi con barba e turbante.

Sull’identità di queste due figure, forse la frase posta alla base dell’affresco, che si riferisce al sogno di Giacobbe in Genesi 28:18: “O quam metuendus est locus iste, vere non est hic aliud nisi domus dei et porta coeli ” (Quanto è terribile questo luogo, questa è proprio la casa di Dio questa è la porta del cielo).

 potrebbe farci pensare proprio a Giacobbe, anche per via della scala che si intravede alle spalle dei due personaggi, ma la sua presenza alla base della croce non trova riscontro in altre pitture. Tuttavia io credo che i personaggi raffigurati a sinistra siano da identificare più plausibilmente con Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. La scala, in tal caso, è quella che di solito compare nelle scene con la schiodazione di Cristo dalla croce. Ai  lati della crocifissione, in due finte nicchie dipinte, ci sono i Santi Francesco, che porge il modellino della chiesa, e Bernardino che addita l’ologramma. Queste due figure sono state dipinte più tardi rispetto la crocifissione molto probabilmente verso la metà del 600. L’ordine francescano fu introdotto a Propezzano da Ottavio Acquaviva, zio di Giuseppe, nel 1580.

Il ritratto di Don Giuseppe Acquaviva

La raffigurazione di committenti o donatori nei dipinti è cosa nota, forse meno nota  nei panni dei santi . Personaggi illustri si facevano dipingere anche nelle vesti dei santi famigliari, i così detti santi eponimi. Qui Giuseppe Acquaviva veste i panni di Giovanni, discepolo prediletto di Gesù, come sembra di poter supporre anche per il realistico volto, sicuramente il motivo di più alta qualità del dipinto.


La sovrapposizione poi con il ritratto che oggi conosciamo, realizzato quando lui aveva 45 anni circa, è pressoché corrispondente: La folta capigliatura riccia, il naso, la bocca il mento. Nel 1597, anno della sua realizzazione, Giuseppe ha 18 anni, quindi coerente con i lineamenti raffigurati e si fregia già del titolo di Don come ci mostra un assenso regio sempre del 97, dove viene citato insieme al fratello Giosia che di lì a poco diventerà Duca di Atri.

Cenni storici 

Il 1597, anno in cui viene completato l’affresco, segna per la famiglia Acquaviva d’Aragona del ramo atriano uno snodo importante. Intanto il cardinale Ottavio, da quattro anni legato ad Avignone, proprio nel 1597 torna a risiedere a Roma per riprendere attivamente il lavoro di Curia e per esercitare le facoltà e i poteri giurisdizionali connessi al titolo di abate commendatario di Propezzano, In tale veste, su istanza della popolazione di Morro e previo consenso del duca Alberto suo fratello, con bolla dell’atriano Aurelio Tesorati, suo vicario generale, trasferiva l’esercizio della cura dalla chiesa di S. Nicolò a quella di S. Salvatore aggiungendo due cappellani perpetui. Il documento, citato dal Palma, smentirebbe quindi Pompeo Litta secondo cui Ottavio sin dal 1591, anno della sua creazione a cardinale, aveva assegnato le abbazie di famiglia, tra cui appunto Propezzano, al nipote Giuseppe, all’epoca dodicenne. Di certo quest’ultimo era stato individuato come cadetto ecclesiastico della famiglia e perciò da avviare, conformemente alla solida tradizione familiare acquaviviana, ad una prestigiosa carriera in seno alla Chiesa. Ancora chierico, nel 1596 Giuseppe per volere del padre era stato costituto rettore di S. Maria a Mare a Giulianova nonostante la lite in atto col vescovo di Teramo, adoperatosi per confutarne il possesso degli Acquaviva. La morte, avvenuta il 3 ottobre di quell’anno 1597, del duca Alberto, pare da tempo malato, determina il trasferimento del titolo a Giosia che infatti si firma Duca d’Atri dieci giorni dopo, il 13 ottobre quindi, inviando dal suo palazzo di Morro d’Oro una missiva al cardinale Bonelli in cui sostiene la richiesta dei sudditi giuliesi di dare seguito all’insediamento di un convento cappuccino. Il 23 ottobre è invece il cardinale Ottavio che raccomanda i due nipoti, il neo duca Giosia e don Giuseppe, al duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere, appalesando un premurosa attenzione. E’ pensabile che tanta premura non fosse solo frutto della dipartita di Alberto; e non è irragionevole ritenere che un’attenzione privilegiata il cardinale Ottavio la riservasse proprio a Giuseppe, il rampollo di famiglia destinato alla carriera ecclesiastica seguendo proprio (sebbene non con i ragguardevolissimi esiti) le sue orme.

La straordinaria somiglianza del soggetto ritratto nell’affresco del 1597 con il viso di Giuseppe Acquaviva consegnatoci nel quadro ultimato assai probabilmente quand’egli era Arcivescovo di Tebe, quindi intorno al 1621; il fatto che lo stesso Giuseppe di qui a due anni diverrà formalmente abate di Propezzano per volontà dello zio Ottavio; il rilievo, ancora, che in alcune opere (come quella di Andrea de Litio nella cattedrale di Atri) abbiano consentito, secondo riletture critiche degli affreschi, di individuare Sulpizio Acquaviva tra gli adoranti nel delitiano Cristo Eucaristico. Si tratta, pare pleonastico dirlo, di un’ipotesi, tuttavia ritengo non peregrina e comunque da approfondire anche tenuto conto del fatto gli affreschi del refettorio hanno influenze di stile riconducibili a  Gaspar Hovic che realizzò la tela collocata nel 1608 sull’originario altare maggiore dell’Oratorio dell’Immacolata Concezione della cattedrale di Acquaviva delle Fonti eretta nel 1606 per volontà di Giosia Acquaviva.

In ultimo alla base del dipinto all’ inizio alla frase biblica di Giacobbe è inserito un piccolo scudo con il leone rampante, arma della Casata Acquaviviana, che ne certificherebbe la committenza. Giuseppe Acquaviva fu molto legato a questi luoghi, scelse Notaresco dove edificare un nuovo palazzo, vicino alla sua Propezzano dove fu sepolto il 14 marzo 1634. La sua tomba è un mistero ancora da svelare.

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