lunedì , 25 marzo 2019
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Il Maggiore Enzo Marinelli all’epoca della liberazione di Stefania comandante della Compagnia di Montesilvano col grado di Capitano

Stefania, la ragazza che l’8 marzo ha commosso Mattarella al Quirinale è stata liberata dalla prostituzione dai carabinieri a Montesilvano

Montesilvano – «Mi hanno buttato sulla strada a calci e pugni. Mi hanno tagliato le orecchie, strappato i capelli. Porto i buchi, nella mia pancia: mi ci saltavano sopra, coi tacchi a spillo».

Ha fatto scalpore la testimonianza di Stefania,  lo scorso 8 marzo al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto dare spazio a questo orribile episodio che spiega bene cosa vuol dire la parola prostituzione. Altro che sex workers o autodeterminazione della donna. Stefania venne strappata alla famiglia, in Bulgaria, a soli 17 anni, e portata in Italia con il miraggio di un lavoro. Un miraggio, appunto. In realtà è stata messa a prostituirsi e picchiata ferocemente perché non guadagnava abbastanza. Quello che non è stato evidenziato, finora, è che Stefania era a Montesilvano quando venne salvata dai carabinieri guidati dall’allora capitano Enzo Marinelli, oggi maggiore, all’epoca comandante della Compagnia di Montesilvano. Si prostituiva sotto la pineta, nei pressi di via Adda. I suoi aguzzini sono stati individuati e mandati a processo per riduzione in schiavitù.

Gli uomini dell’Arma contattarono i volontari della comunità Papa Giovanni XXIII (che da 4 anni collabora attivamente anche con il Comune di Montesilvano e che ha permesso, finora, a 11 ragazze di abbandonare il marciapiede): «Quando l’abbiamo vista la prima volta», ha ricordato nella manifestazione al Quirinale don Aldo Bonaiuto, della comunità Papa Giovanni XXIII, «sembrava uscita da un campo di sterminio». Poi, dopo l’inferno patito a Montesilvano la vita è ricominciata con l’accoglienza in una casa rifugio, l’aiuto, l’ascolto. I capelli, bellissimi, che sono ricresciuti: «Oggi, a 24 anni, finalmente anche il lavoro. Che era il mio sogno fin dall’inizio». Ma non ha certo dimenticato le ragazze che erano con lei in strada. «La forza per andare dal presidente Mattarella, e di parlare davanti all’Italia, l’ho trovata soltanto per loro. Perché sappiano quello che mi è successo, che non sono sole, che possono ricominciare. Anche per gli uomini, ho voluto parlare. Perché sappiano che sbagliano e smettano di farlo. Questi uomini che voi chiamate “clienti” sono uomini che vanno a fare la spesa, a comprare qualcosa di cui hanno bisogno. Così anche io sono diventata una cosa da comprare, come quando si va dal macellaio. Non riuscirò mai a capire come una persona che si definisce “uomo” possa non avere pietà di una ragazza che piange, sanguina e che soffre. Come possa comprarla, per fare sesso, mentre piange e sta male».

«E’ per tutte le Stefania che sono ogni notte in strada, o in qualche squallido appartamento che abbiamo voluto incrementare il nostro impegno contro la tratta delle donne», spiega il sindaco di Montesilvano, Francesco Maragno, «Quello che è accaduto nella nostra città è tremendo. A Stefania, perché guadagnava troppo poco, sono stati strappati i cappelli, lembi di pelle dalle ginocchia, bruciato la schiena e, con un paio di tronchesi, le è stato tagliato un pezzo di orecchio. Per non far sentire le urla ai vicini di casa, le avevano tappato la bocca con il nastro adesivo. A lei non restava nemmeno un euro di quello che guadagnava. Il maggiore Marinelli mi ha raccontato che poi, finalmente, sono riusciti a trovare i suoi sfruttatori, nei dintorni di Venezia.  Ecco, è per evitare queste cose che voglio inasprire al massimo la lotta contro la tratta delle donne. Abbiamo attivato un numero telefonico, a cui rispondono i nostri agenti della Polizia municipale del Nap, Nucleo anti prostituzione, che, in pochi giorni, ha già iniziato a ricevere segnalazioni. Potenzieremo il controllo con le telecamere, a giorni arriveranno i pannelli luminosi che metteremo  in strada per avvisare dell’ordinanza che punisce i “clienti” con multe fino a 450 euro. Infine, ma non certo per ultimo, abbiamo lanciato una campagna mediatica molto forte, un pugno nello stomaco che solo chi non capisce, o è in malafede, vuole attaccare perché si usa il termine “mandare a puttane”, un modo di dire che indica – lo dicono i migliori vocabolari – andare a rotoli, andare a finire male. Volevo uno slogan forte, fortissimo, perché di questa tragedia se ne deve discutere per salvare delle vite umane. E se per salvare delle ragazze dalla schiavitù c’è bisogno di polemiche e “criminalizzazione” che ben vengano queste critiche».

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